Libri 2019

Palazzo del Governatore
Piazza G. Garibaldi, 19 – Parma

Cesare Zavattini a Milano. 1929-1939

Autore: Guido Conti

Editore: Libreria Ticinum

Luogo: Voghera, 2019

I dieci anni vissuti da Cesare Zavattini a Milano (1929-1939) sono fondamentali per ricostruire la sua vita, per capire la sua opera e la cultura negli anni Trenta durante il Fascismo. Milano diventa una capitale moderna e all’avanguardia dove confluiscono scrittori e poeti da tutta Italia e artisti di ritorno da Parigi, si aprono gallerie d’arte e molti scultori e pittori apportano esperienze artistiche diverse, in un clima culturale di grande fermento. Zavattini, sull’onda del mito del Bagutta, da Luzzara sbarca a Milano senza una lira, e nel giro di pochi anni diventerà “il padrone di Milano”. Dopo il clamoroso successo del suo primo romanzo Parliamo tanto di me pubblicato da Bompiani nel 1931, da correttore di bozze diventa responsabile di tutti i settimanali femminili per Rizzoli, portando le sue idee e la sua carica innovativa. Con la collaborazione agli almanacchi letterari Bompiani, Zavattini sperimenta con la fotografia seguendo le avanguardie europee, portando con sé collaboratori giovanissimi come Bruno Munari ed Erberto Carboni. Zavattini intreccia così la sua vita con giovani scrittori, poeti, artisti, segnando il loro destino: Attilio Bertolucci, Giovannino Guareschi, Carlo Bernari, Salvatore Quasimodo, Raffaele Carrieri, Giorgio Scerbanenco, Vittorio Metz, Giovanni Mosca, sono solo alcuni dei tanti autori che fa collaborare ai rotocalchi o debuttare come scrittori. Zavattini fa reagire, con la carica innovativa dell’umorismo che ha come riferimento Carlo Collodi, la tradizione emiliana, le avanguardie letterarie e artistiche europee, e la tradizione dei giornali satirici e umoristici ottocenteschi, che con lui contaminano i rotocalchi e l’alta letteratura, ridisegnando così un panorama letterario novecentesco completamente dimenticato o snobbato dalla storiografia. Sono gli anni in cui si diffonde la radio in tutte le case, c’è un nuovo pubblico affamato di notizie e di storie, che vuole nuovi giornali e settimanali. Il cinema, con il suo immaginario, entra prepotentemente nella quotidianità, in uno dei periodi più difficili della storia d’Italia. Questo grande fermento è in attrito con il regime fascista, sempre più oppressivo e reazionario, che vuole piegare i media al consenso e alla fascistizzazione della vita degli italiani. Il passaggio da Rizzoli a Mondadori, come direttore editoriale, segna il suo ingresso nel mondo dei fumetti di fantascienza con Saturno contro la terra, e l’inizio di nuove collaborazioni a diversi settimanali satirici: «Marc’Aurelio» e «Settebello» di cui sarà direttore. Il settimanale «Le Grandi Firme» diventerà un fenomeno di costume con tirature da capogiro, a cui segue, non ultimo, la carica innovativa de «Il Milione». Zavattini è uno scrittore inquieto, che attinge alla tradizione dell’umorismo e dell’antiromanzo, portando la novità della sua scrittura ne I poveri sono matti (1937), che lo consacrano come un autore decisivo non solo per quegli anni. E poi la radio, l’editoria, i soggetti per il cinema come Buoni per un giorno (1934), il disegno: tutte esperienze che fanno di Zavattini un intellettuale eclettico e coerente, vitalistico e rivoluzionario, che la critica ha ridotto a sceneggiatore di film. Questo lungo saggio dimostra come Zavattini sia un umorista consapevole, con solide basi teoriche, che mescola i generi, sperimenta continuamente con i nuovi media, elabora strategie narrative innovative, creando i presupposti per una modernità che ci riguarda ancora oggi. Un saggio che apre gli orizzonti verso un Novecento tutto da riscrivere e da raccontare.

Fatti veri

Autore: Ivano Marescotti

Editore: Vague Edizioni

Luogo: Torini, 2019

“Nella sua scrittura affiorano tutte le radici, scorre in pieno la forza del guerriero, fa capolino l’anima di una terra contadina che lotta con coraggio e dignità contro la Morte. I suoi ricordi, diventando favola, evocano quelli di chi legge e ascolta e, nella nostalgia, il cuore si allarga: ci si sente parte di una grande comunità in viaggio che ha il dovere, e la gioia, di custodire una storia meravigliosa tessuta di fatti veri, belli come romanzi”.

dalla prefazione di Elena Bucci

“La prima opera narrativa di Marescotti è un viaggio nel passato che vede come protagonisti la terra d’origine (la Bassa Romagna), i suoi abitanti e il suo dialetto. Si apre con la nascita dell’autore e si chiude con la morte prematura del figlio. Racconta, con naturalezza, senza maschere e senza falsi pudori, la miseria familiare negli anni del dopoguerra, i banchi della scuola elementare, l’insofferenza per il lavoro impiegatizio, gli esordi teatrali dettati dal caso, le passioni amorose e la politica, i viaggi rocamboleschi, i drammi personali. Nel mezzo, un susseguirsi di aneddoti esilaranti, ricordi sofferti, momenti teneri e ambientazioni surreali. Una saga romagnola che affonda le radici nella cultura dei padri, ma che comunica nella lingua universale dell’arte e della creazione.

Fatti veri è un libro scritto in italiano, ma l’anima affonda nel dialetto e nella cultura della terra romagnola. “Ho fatto del dialetto il mio secondo mondo artistico – dice Marescotti – anche se per diventare attore avevo dovuto ‘dimenticare’ il romagnolo. Ho debuttato a teatro da un giorno all’altro, facendo il protagonista senza nemmeno una prova”. Poi sono seguiti anni di dura gavetta prima della svolta decisiva”. (https://www.ilbuonsenso.net/ivano-marescotti-fatti-veri/)

Gian Maria Volonté

Autore: Mirko Capozzoli (con interviste di Alejandro de la Fuente)

Editore: Add Editore

Luogo: Torino, 2018

“Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è sempre politico.”                                                                                              

                                                                                                                                                                Gian Maria Volonté

“È stato l’operaio Lulù Massa e il bandito Cavallero, Enrico Mattei e Lucky Luciano, Aldo Moro e l’anarchico Bartolomeo Vanzetti, Teofilatto dei Leonzi dell’Armata Brancaleone, El Indio in Per qualche dollaro in più. Gian Maria Volonté ha costruito il film della sua vita attraverso grandi collaborazioni e incredibili rifiuti, spesso al fianco di donne straordinarie. Un viaggio lungo poco più di sessant’anni, cominciato durante il ventennio fascista, a Torino, e chiuso all’alba del primo governo Berlusconi nel 1994.

Ma chi era davvero Gian Maria Volonté? Emigrante in Francia per fuggire da un padre ingombrante e dalla gente che lo fermava perché figlio di un fascista, l’Accademia d’arte drammatica di Roma, l’esordio a teatro, poi il cinema e la televisione, militante del partito Comunista ed extraparlamentare, provocatore, esponente del sindacato attori, antesignano del Sessantotto. Per lui, professionalità, etica e impegno politico erano princìpi imprescindibili. Ma cosa c’è oltre l’icona dell’attore contro? Mirko Capozzoli scrive una biografia pubblica e privata di Volonté, in un libro arricchito da documenti e testimonianze inedite di Giovanna Gravina Volonté, Armenia Balducci, Carla Gravina e Tiziana Mischi”. (https://www.addeditore.it/catalogo/mirko-capozzoli-gian-maria-volonte/)

Come scrive Gianluca Magri in una sua analisi al volume: “ci sono attori che per tutta la vita indossano gli stessi ruoli, si adeguano all’abito fatto su misura per loro. Volonté era dotato di una presenza scenica unica, in grado di dominare lo schermo o il palco teatrale. Lo potevi ammirare nei panni di un operaio piegato dal cottimo, nell’illuminato ed eretico Giordano Bruno, nell’autorità repressiva manifesta nel capo della squadra omicidi o in quello del partigiano Aldo Cervi. Le sue prove erano pervase da una tensione costante, un flusso di energia elettrica inesauribile. Una capacità nata dall’impossibilità di sottostare alle regole dell’istituzione e da una vita di strada che provò fin dall’adolescenza. Il meglio di sé lo esprimeva proprio nei personaggi più oscuri, negli antieroi. Scelse sempre film affini al suo pensiero. Memorabile la sua interpretazione in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Il protagonista, un dirigente della squadra omicidi (poi promosso alla sezione politica) uccide la sua amante e cerca in tutti i modi di farsi scoprire, inebriato dall’immunità di cui gode. Nel corso del film la sua voglia di prendersi gioco dei suoi subordinati contrasta la nevrosi nei confronti dei superiori. In campo teatrale il suo talento e creatività vengono limitati dal perbenismo della società dell’epoca. Rifiutò diversi lavori perché sarebbero stati censurati, viene additato di andare contro i principi morali della religione cattolica, viene minacciato di morte. In un’epoca in cui ogni artista viveva la lotta politica come un dovere, Volonté non nascose mai i suoi ideali di sinistra, tanto da iscriversi nel 1975 al PCI. La sua fama lo aiutò nella sua timidezza con le donne. Si sposò con Tiziana Mischi, attrice appena uscita dall’Accademia del Piccolo Teatro e dopo poco più di un anno iniziò una relazione con Carla Gravina, conosciuta durante le prove di Romeo e Giulietta. Da lei ebbe una figlia, Giovanna, nell’Italia degli anni sessanta destò scalpore perchè era nata fuori dal matrimonio”. (http://www.consecutivo.it/2019/04/09/gian-maria-volonte-la-semplicita-della-grandezza/)

Francesca Alinovi

Autore: (a cura di) Matteo Bergamini, Veronica Santi

Editore: Postmedia books

Luogo: Milano, 2019

A me premeva dimostrare che non c’era nessuna scuola, solo spontanee convergenze su un comune clima di sensibilità. E io mi sono considerata come uno strumento catalizzatore di queste esperienze. Io mi sono comportata come un radar, pronta a captare quanto mi accadeva intorno […]. Ho scelto questo mestiere perché non andava verso il senso comune. Ecco, a me piace non aver buon senso.

Francesca Alinovi

Questo libro è una raccolta di articoli, interviste, saggi, e recensioni di Francesca Alinovi, intellettuale militante e figura di riferimento nel panorama artistico italiano e internazionale del post-punk. Apparsi su giornali, riviste e cataloghi dal 1976 al 1983, alcuni testi sono qui ripubblicati per la prima volta, mentre altri sono stati ripresi dal volume L’arte mia, rimasto, fino ad oggi, l’unico omaggio al lavoro critico di Alinovi. A questi si aggiungono scritti inediti (scannerizzati, laddove possibile, da documenti originali), alcune foto dell’epoca e una registrazione durante la quale Alinovi, qualche giorno prima della sua scomparsa, ripercorre le tappe salienti della sua carriera, divisa tra l’Italia e New York. Il volume è suddiviso in due parti, Arte Mia e Arte di Frontiera, due titoli (o meglio, due slogan) coniati dall’Alinovi stessa e che possono riassumere lo stile di scrittura, i temi e gli artisti che la critica e docente amava e recensiva. Nella prima parte, dunque, è stata messa in luce la sua ricerca più ampia, nazionale, rivolta prevalentemente agli autori (performer, musicisti, attori, artisti, fumettisti, illustratori, architetti e designer) italiani. Scritti alla frontiera (fisica e intellettuale), che comprendono gli affascinanti reportage di Alinovi sull’arte nascente a New York, accompagnati dalle sue interviste ai protagonisti principali. Abbiamo qui incluso gli scritti sull’Enfatismo, movimento del quale Alinovi è autrice e protagonista, e che Ivo Bonacorsi approfondisce in una nota tecnica funzionale alla comprensione storiografica di questo fenomeno, tanto breve quanto intenso.

Quarta di copertina